Storia| Appunti| Appuntamenti|
Altre città magiche| E-mail|
Home|



Pare un destino scritto dalle stelle: Praga, città magica, già dalle origini, dalla base fonetica del suo nome in corrispondenza con la parola pràh, soglia, cioè varco da oltrepassare e confine immaginario tra un mondo e l’altro.
Il nome Praga è anche in relazione fonetica con praziti, che significa calcinare, fondere, elemento in connessione ad una delle tappe più rilevanti della trasmutazione alchemica. Infatti, secondo una delle tante tradizioni, Praga venne edificata in un luogo calcinato (pranzi), riarso e secco (vyprahly), e il nome della città sembra essere un antico termine metallurgico degli antichi Slavi. La sua fondazione avvenne sulla riva sinistra della Vltava, sul monte chiamato Svinsky vrch (Colle della Scrofa), che nella Cronica di Cosma, una delle fonti più antiche sulle origini della Cecoslovacchia, sarebbe identificabile nel dorso del maiale marino, assimilabile al delfino. A questo proposito occorre ricordare che col nome di questo pesce era chiamato anche il giovane Re nella tradizione occidentale del Medioevo e nel caso preciso si potrebbe leggere lo sforzo simbolico di edificare sulla riva opposta della Vltava un luogo ove il delfino (il giovane re), si sarebbe sentito a proprio agio, nella giusta dimora. La coda dell’animale marino era via quid cauda dicitur, ovvero l’antica via che conduceva al castello di Praga, da cui il nome di Opys, ossia coda. Il nuovo re veniva quindi collocato nel luogo che corrispondeva all’incrocio di due assi o soglie a rappresentare il centro fulgido e splendente di tutta la storia.
La Boemia fu legata da sempre ai misteri delle stelle e alla lettura del cielo, e il periodo storico influenzato dall’astrologia risale sin dall'Età del Ferro. In quell’epoca lontana, sia le valli della Boemia, che dell'attuale Praga, furono occupate dalle tribù dei Celti, i Galli Boii da cui sembra derivare il nome Bohemia. Fin da allora, Praga e Bologna furono unite da un destino comune legato a questa popolazione, che imperversò anche nella valle Padana, da cui proviene anche il toponimo Bononia, la città fortificata di Bologna.

Tra gli anni 812 e 834, un eremita, Pelayo, che si era isolato dal mondo nell’attesa di un segnale divino ignoto, fu attratto da strani fenomeni luminosi, connessi all'apparazione di una stella indicante un luogo preciso sul Monte Libredòn, presso il quale doveva essere stato un antico insediamento militare romano, di cui rimanevano tracce nel vecchio cimitero abbandonato, o compostum. Precedente a questo insediamento, in quel luogo vi erano le vestigia di fortificazioni celtiche.
La leggenda narra di come le greggi si rifiutassero di pascolare in quel campo, forse a causa del loro istinto animale, in grado di riconoscere anzitempo eventi particolari, come la morte, la tempesta o il terremoto.
Altre fonti narrano che i buoi di un contadino si bloccarono davanti a una stella scaturita dal terreno.
La scienza spiega queste apparizioni di luci a forma di stella, come fenomeni facilmente riscontrabili in località marine, con particolari condizioni meteorologiche, oppure come l'effetto dell’aurora boreale dei paesi a clima temperato, di cui restano numerose tracce storiche nel periodo a cavaliere con la fine del millennio.
Per l'uomo del Medioevo che, invece, aveva ereditato dal passato la pratica di osservare, interpretare e riconoscere la volta celeste - specialmente nel caso di meditazioni notturne connesse al romitaggio o all'attività pastorizia - vedere apparire una stella nel cielo, significava l'annuncio di un evento particolarmente importante, come la tradizione religiosa tramandava relativamente ai tre Re Magi.
A seguito del segno, furono effettuati degli scavi, che rivelarono la presenza di una tomba in marmo contenente tre scheletri. Secondo altre fonti fu il vescovo visigoto della diocesi di Iria Flavia, Teodomiro, che, avvisato del rinvenimento, scoprì una lapide e un'edicola sepolcrale con i resti di tre corpi, uno dei quali era decapitato, mentre la lapide riportava la seguente scritta: Qui giace Iacobus, figlio di Zebedeo e Salomè.
Egli identificò lo scheletro decapitato con l'apostolo san Giacomo il Maggiore, antico evangelizzatore della Spagna, e i resti delle altre due salme con i due discepoli del santo, Teodoro ed Atanasio.
La tradizione che gli apostoli fossero sepolti nel luogo in cui predicarono la nuova fede, autenticò il rinvenimento, creando la leggenda.
Il ricordo della sepoltura poteva essere andato perduto a causa dell'abbandono della fede cristiana da parte delle popolazioni locali e il piccolo edificio che conteneva le reliquie del santo risaliva all'età imperiale.
Il re Alfonso II rese omaggio alle sacre reliquie, infondendo in questo ritrovamento l'energia attiva necessaria alla popolazione per combattere l'invasore Mussulmano, sostenendo l'idea della Reconquista.
Il vescovo a sua volta informò dell'accaduto papa Leone III, Carlo Magno ed altri importanti personaggi dell'epoca, decidendo di traslarne le reliquia presso il lugar santo, dove sorse Santiago di Compostella.
Questa leggenda si intreccia alla storia, nel momento in cui Alfonso II, re delle Asturie e della Galizia, alla scoperta delle reliquie ordinò la costruzione di una piccola chiesa, creando il Locus Arcis Marmaricis, il luogo del ritrovamento dell'arca.
Questo primo spazio sacro, di forma circolare, venne chiamato poi Locus Sancti Jacobi, il luogo di san Giacomo.